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Il provincialismo su-icida dell'Oltregiogo

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di Cristiano Sias

 

L’Oltregiogo, per chi non lo sapesse, è la regione che si estende dai confini della città di Genova fino al basso alessandrino.

E’ un territorio ben definito, considerato , oltre che una “porta”, anche una “chiave” d’accesso” come pochi altri in Italia, di risvolti storici e tattici fondamentali nel panorama geografico  ed economico nazionale.

Chi viene a vivere in questa zona, ricca di quell’imprenditoria ligure-piemontese che si sviluppa accanto a realtà contadine e montanare della più genuina tradizione appenninica, non può che restare colpito dalla storia, dalla cultura e dal passato dell’Oltregiogo. Qui, sono successe battaglie e fatti storici/sociali importanti, esistono monumenti e riferimenti culturali rilevanti della storia d’Italia, qui si è sviluppato il seme di un’imprenditoria “Made in Italy” che col tempo si è poi estesa e diffusa in parte in regioni limitrofe e nel mondo,  dove meglio hanno saputo svilupparne il filone. Questa è la terra dove Annibale e  inglesi  riorganizzarono gli eserciti,  il punto cruciale del regno di Sardegna e dei garibaldini, è la patria del ciclismo di Girardengo e Coppi,  di gente come Bertelli, Mascherini,  Marenco , Rota, la terra dei Malaspina,  ci vissero o soggiornarono re, come Vittorio Emanuele II, III e Umberto I. Questa  è la patria della grappa decaduta, del cemento, del vino, del cioccolato e del “crocifisso nero”,  ricca di opere, con una delle aree archeologiche più importanti d’Italia, qui nacque una delle prime autostrade  nel 1935, la celebre e discussa “Camionale”, e avvennero storiche prese di posizione con i poteri centrali , come quello della città di Novi, che privata della provincia scelse successivamente, come altre,  il toponimo “ligure”, come simbolo della loro disapprovazione e affermazione d’identità.  Una cicatrice, una frattura viva ancora oggi, che avverte quasi più lo straniero dell’abitante locale e tutt’ora ignorata dai poteri centrali dopo quasi due secoli.

Una terra nobile, dove è rappresentata l’Italia intera.

Soprattutto è la terra di un progetto ambizioso che potrebbe condizionare tutta la nazione: un centro logistico all'avanguardia, di una zona la cui occupazione principale sia movimentare le merci presto, bene e con criteri moderni, offrirebbe alle piccole e medie imprese italiane un supporto straordinario, perché le inserirebbe in una rete in grado di proporre i loro prodotti a tutto il mondo a prezzi competitivi. Un sistema del genere riuscirebbe anche a far tornare l'Italia una grande potenza marinara (fonte il giornale.it).

Cosa serve per realizzare tutto questo? E’ presto detto: l’unità culturale. E “qui siamo” probabilmente  nel punto più delicato della regione, I cui conflitti e tendenze all’isolamento rappresentano probabilmente il suo lato più debole, al punto da chiedersi: è legittimo dubitare che sia stata scelta questa zona per creare il polo commerciale più grosso d’Europa, proprio perché qui la resistenza  locale era più disorganizzata e assai più forte era la frammentarietà d’intenti e la passività di fronte ad ogni innovazione che non toccasse, almeno in apparenza, “il proprio orticello”?

Eppure nel recente piano di valorizzazione piemontese, ignorando sfacciatamente la doppia “regionalità” della zona, si descrive l’Oltregiogo come una “zona marginale”, “area rurale con problemi complessivi di sviluppo”. Una zona depressa, insomma, con buona pace della Liguria, e senza alcun coinvolgimento della stessa.

Certo, a vedere le biblioteche deserte e le poche rappresentazioni proposte dai tromboni  cariatidei di associazioni imbalsamate e/o politicizzate, la stessa  assenza di Adsl a meno di un paio di chilometri dall’autostrada e per contro la sollevazione durissima dei singoli commercianti  davanti alla Tav, con una sparuta partecipazione dei comuni, con poche eccezioni, vengono dei pensieri, soprattutto davanti a un fervido proliferare di iniziative “culturali” locali, quasi tutte delle Pro Loco, che trovano la loro massima espressione nelle sagre di paese, a centinaia nel solo mese di agosto.

E intanto aziende che chiudono o si trasferiscono, culture soffocate, status associativi come congelati dai “vecchi poteri”, timorosi di chissà cosa, e pittori  che devono esporre a New york, o artisti internazionali che portano modernità troppo avanzate per  essere comprese dal provincialismo italico, scrittori che emigrano, o affermati  top writers ai primi posti  di case editoriali celebri come la Mondadori ignorati a livello locale, sembrano qui la normalità, carichi della solita sonnolenza di fronte al detto “nemo propheta patriae” che qui troppo spesso pare toccare “l’apice”.

C’è un aneddoto realmente accaduto che amo raccontare perché è simbolico dell’atteggiamento della piccola imprenditoria della regione: un carrozziere deve vendere un ponte per le auto e mette un annuncio. Gli telefona uno di Ovada e dice “sei troppo lontano”. Lo chiama uno di Pescara e dice “ok, domani mattina alle 8 ci sarà un camion davanti alla carrozzeria per caricarlo, fammelo trovare pronto”.

Comunicare e fare, sono due belle parole che ogni imprenditore giovane e dinamico che vive “il terreno” conosce bene.  Chi vi scrive parla con queste persone, ha conosciuto imprenditori che hanno lo sguardo entusiasta di chi guarda avanti 50 anni e aziende storiche con organigrammi feudali, e un giorno ha inviato una mail al sito di quella che a detta di tutti è l’associazione più rappresentativa della regione, per proporre una collaborazione. L’ho fatto utilizzando il sistema di invio automatico consigliato dallo stesso  sito. Nessuna sagra mancante in elenco, immagine associativa impeccabile, informazione e portale  gradevole. “Da queste parti ci sono informatici capaci e associazioni dinamiche”, pensavo. Ma la mail mi è tornata indietro con la dicitura “non esiste una mail con quel nome”… Ah c’è un numero di telefono. Ma a che serve un sito allora,  basterebbero le pagine gialle.  Ma esiste ancora qualcuno che le legge?

Una volta vivevo in un altro luogo d’Italia dove per una cosa del genere o si cambiava associazione o si cambiava webmaster. Un giorno darò  un colpo di telefono, ma certo, questo è stato sufficiente per smontare il mio proposito quel tanto che basta.  Come si fa oggi a sottovalutare Internet? Ho pensato, e spinto da curiosità ho fatto una mia piccola indagine, scoprendo un fatto incredibile: più del 50% dei commercianti locali non ha una mail  o ha una mail scaduta e non funzionante.

Dopo anni, ricevo ancora gli aggiornamenti del negozio di fiori di Rapallo, e so che posso interromperli o riattivarli quando voglio, e qui invece trovo valanghe  di carta della grande distribuzione, non richiesta, nella buca delle lettere. Finiscono tutte nel cestino, mi dispiace care foreste.

Ora, Il sottoscritto è sicuramente “un vecchietto”  che ragiona quasi ancora con le lire e sa adattarsi a tutte le situazioni. Chissà cosa pensa un giovane da queste parti, in questa nuova generazione che vive di computer, Iphone e Ipad anche solo per invitare la ragazza e gli amici in disco…

E ci si chiede dunque: come potrà mai competere un commerciante di fronte alle nuove tecnologie e alla pubblicità martellante, se tira giù la saracinesca alle 19, si impigrisce nell’alibi “io ho solo clienti fidati della zona”, e si limita a chiacchierare su Facebook   continuando a spendere 200 euro per un giornaletto che dura il tempo di una sagra e che nessuno leggerà mai,  ma risparmiando - perché c’è la crisi - 39 euro per una presenza su internet ai primi posti dei motori di ricerca per un anno intero,  per poter proporre soluzioni mirate e innovative, soprattutto aggiornate, e farsi conoscere con annunci e articoli? Se, cioè, non comunica veramente?

La domanda, provocatoria o no, decidetelo voi, pare legittima.

Cristiano Sias

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