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L'amministratore  di un gruppo,  su Facebook o altrove,  o un blogger,  sono essi stessi direttamente e penalmente responsabili dei contenuti denigratori pubblicati da altri utenti, solo perché amministratori aventi la disponibilità del gruppo e dei contenuti pubblicati?

Pur attraverso i contorsionismi legislativi che solo la Giustizia italiana sembra divertirsi a creare, la risposta contenuta in una recente giurisprudenza, di cui alleghiamo la sentenza, per chi ha voglia di leggersi le 11 pagine, sembra essere inequivocabilmente .

http://www.giurisprudenzapenale.com/wp-content/uploads/2016/09/gruppi-facebook-miglio-gp_2016_9-1.pdf

Quanto stabilito è fin troppo chiaro: “la disponibilità dell'amministrazione del sito internet rende l'imputato responsabile di tutti i contenuti di esso accessibili dalla rete, sia quelli inseriti da lui stesso, sia quelli inseriti da utenti; è indifferente sotto questo profilo sia l'esistenza di una forma di filtro (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell'altrui onorabilità devono ritenersi specificamente approvati dal dominus) sia l'inesistenza di filtri (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell'altrui onorabilità devono ritenersi genericamente e incondizionatamente approvati dal dominus”.

Lo stesso articolo dell’avv. Mattia Miglio  sui gruppi Facebook sopra riportato chiarisce: “Il gestore di un blog sarebbe posto davanti a un bivio: in primo luogo, la possibilità di incorrere in sanzioni di carattere penale potrebbe indurre il gestore a chiudere  il blog con  una  conseguente  limitazione  della possibilità  di  esprimere  e  condividere  pubblicamente le proprie opinioni e le proprie idee. Al  contrario, invece,  un blogger potrebbe  decidere di continuare la  propria attività  di webmaster, adeguandosi alle indicazioni offerte  dalla  sentenza  del GUP  di  Vallo  Della  Lucania  e  predisponendo  così un sistema di controlli sui contenuti pubblicati sulla piattaforma.”

Già due cose ci appaiono subito evidenti: 1) l’amministratore di un gruppo Facebook è un Webmaster 2) è meglio cancellare subito ogni situazione a rischio.

Ma si aggiunge: “Tuttavia,  la  predisposizione  di  tale  sistema  di  controlli dovrà avvenire in modo capillare, ventiquattro ore su ventiquattro, così da monitorare la qualità dei contenuti pubblicati sulla rete. Ma,  in  questo  caso,  la  conseguenza  (terribile)  sarebbe dietro l'angolo: entro breve, tutti i blog e gruppi Facebook chiuderebbero i battenti.”

C’è da ricordare inoltre che – come precisa l’avv. Angelo Greco  sul sito https://www.laleggepertutti.it a cui fa sempre riferimento il nostro portale – “Nel momento in cui si sporge querela non è necessario che il querelante sia in possesso di tutte le prove per evitare una controquerela per calunnia.” ( https://www.laleggepertutti.it/162733_si-puo-denunciare-una-persona-senza-avere-prove-concrete ).

Il quesito è semplice: “se si tratta di reati perseguibili a querela di parte, l’indicazione di prove a sostegno delle proprie affermazioni servirà a convincere il pubblico ministero della bontà delle accuse della vittima e, quindi, a portare avanti l’azione. Diversamente ben potrebbe aversi un’archiviazione del procedimento e tutto si chiuderà in una bolla d’acqua, senza conseguenze per entrambe le parti (a rischiare non sarà neanche il querelante). Se invece si tratta di reati perseguibili d’ufficio, sarà il pubblico ministero a ricercare, con maggiore cura e intraprendenza, le prove a sostegno dell’accusa.”

Tutto ok, ma la domanda che sorge immediatamente è “La cancellazione di una diffamazione non equivale a un possibile danno nei confronti della vittima, che verrebbe in tal modo privato della sua prova, oltre a un sospetto di favoreggiamento nei confronti del diffamante?”.

L’articolo 278 c.p. punisce chi, a seguito della commissione di un reato, e fuori dei casi di concorso del medesimo, aiuta taluno ad eludere le investigazioni dell’autorità. Quindi, anche la "cancellazione di prove" può essere considerata un'elusione investigativa.

E’ insomma il classico caso in cui si sbaglia sia a fare male che a fare bene. O meglio fare bene ma male.

Voi cosa ne pensate?

C’è secondo noi un un solo modo per evitare di avventurarsi in questo labirinto: cancellare tutto, anche in caso di dubbi, e toglierlo alla vista solo dopo aver fatto copia fedele del contenuto, preferibilmente uno screenshot, per conservare la giustificazione del proprio operato e la provata gravità del fatto che lo ha causato.

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