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Una volta era il contrario: l’estrema variabilità e il confuso dinamismo delle città in continua espansione e crescita trovava  il suo alter ego complementare nella tranquilla vita di provincia. In quella routine contadina e nelle tradizioni del passato, allineate col ritmo della natura, c’era conforto, respiro e una vita a dimensione d’uomo dove tutti si conoscevano e pur tra umane invidie, problemi e ipocrisie vivevano di quell’equilibrio ideale ormai perduto e travolto dagli sfrenati egoismi della giungla cittadina. Chi veniva dal paese si riconosceva subito. “Vado a vivere in campagna” era una frase ricorrente, un segnale di stanchezza sociale in cui l’armonia era la disarmonia e ogni rapporto umano si fermava alla propria porta del pianerottolo di un grande condominio, al di fuori della quale c’era però il mondo.

Eppure in questa dispersione di umanità le città sono andate avanti, sono cresciute, si sono riconsolidate intorno ai problemi reali  di un mondo fagocitante che tra immigrazione, crisi economica e del lavoro, incapacità poliche e sociali, speculazioni, delinquenza e tutto quello che oggi è davanti agli occhi della gente, ha trovato modo di ricercare una propria identità, una reazione comune, un tentativo quantomeno di progetto.

E i paesi? I paesi no, sono rimasti fermi, in questa frattura col mondo reale divenuta ormai abissale,  congelati in questo mantenimento di status quo a estrema difesa del proprio, sempre con la stessa classe politica, la stessa oligarchia da decenni, le stesse differenze tra poveri e ricchi, tra patrizi e plebei, fra ceppi di alberi genealogici che spesso equivalgono a una condanna a vita, tra “stranieri” di un’altra regione o del paese vicino e tradizioni che non erano più un valore culturale da amare e rispettare ma un’estrema difesa e business verso un mondo diverso, quindi pericoloso, col quale non si aveva la capacità di misurarsi.

E’ il vecchio che avanza. L’assenza di politiche giovanili locali e di stimoli lavorativi fa il resto. I giovani scappano via, all’estero ma soprattutto e prima di tutto al di fuori del confine comunale, spesso visto come una soffocante frontiera. Dei venti esterni arriva solo l’odore di mediocrità e la paura di perdere quello che si è faticosamente conquistato quando eravamo diversi, entusiastici, positivi. E così, invece di ritornare a dare valore alle persone e ai contenuti per crescere, e far crescere in questo modo anche chi ci circonda,  ci siamo richiusi dentro un fortino sotto assedio, al di fuori del quale conta solo l’indebolimento di chi sta intorno, per poter mantenere la nostra energia vitale.

Cambiare tutto sembra impensabile, eppure sarebbe la sola salvezza.

Si crede infatti così di mantenere la propria autonomia, mentre invece si va soltanto verso un inevitabile stolto destino in cui l’unico orizzonte possibile appare il suicidio sociale collettivo e la sparizione di ogni identità.

La stupidità risiede nella miscela esplosiva venutasi a creare tra il vecchio che avanza e l’unico aspetto deprecabile del nuovo che stiamo facendo nostro: l’assenza del rispetto, la maleducazione e l’arroganza, il dominio dell’ignorare più ancora che dell’ignoranza.

Persino il senso del denaro viene stravolto, come se in una metafora folle la città fosse vista come un flusso in continuo movimento di un conto corrente e il paese come un libretto di risparmio.

Sono tutte connotazioni che denunciano una debolezza e insicurezza latenti, che non tengono conto del fatto che nessun maleducato e arrogante ha mai costruito qualcosa per sé o per gli altri e godono soltanto di un’affermazione personale breve ed effimera.

E’ una dimostrazione di fragilità evidente che non dà molte speranze per il futuro, priva di amore per il luogo che ci ha visti crescere, senza rispetto per i nostri padri, una lenta agonia in attesa che un paese più grande ci assorba o che i parenti o qualche strada o progetto ricoprano persino la nostra casa, il nostro giardino, le nostre radici, il nostro dna ancestrale.

E osservando le grandezze e i mutamenti esterni come se non ci riguardassero, non comprenderemo mai che iI mondo ci osserva con un sorriso famelico, aspettando il momento in cui la globalizzazione e la necessità di cambiamento ci divorerà e ingoierà come briciole di pane.

Cominciare a cambiare, a vedere gli altri in modo diverso, più collaborativi, comunicativi, recuperare idee e voglia di fare, ritrovare la strada, ricercare la qualità delle persone e valorizzarla,  invece di un logorante “razzismo interno” che privilegia l’amico con cui prendi il caffè, mentre gli altri sono inferiori, sospetti, cattivi, deficienti o pericolosi, accantonando la sfiducia verso tutti, le critiche inutili e malsane, queste guerre fra poveri e congiure fra ricchi, confrontandosi insieme per capire quale possa essere  la strada migliore, forse tutto questo potrebbe evitare un lento ma inesorabile declino.

Chi non cammina, non inciampa. Certamente muoversi pericolosamente non è più nelle nostre corde, nelle nostre abitudini, ma una cosa è certa: se si comunica in modo corretto e civile è molto più pericoloso oggi stare fermi.

Smettiamo di essere un libretto di risparmio. Facciamo che il paese, il comune non siano mai la nostra porta dell’appartamento  in un pianerottolo di un grande condominio.

Q.S.

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