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(Storia di un’illusione, un’occasione mancata e un paese rassegnato)

Non lo sono mai stato. Eppure sono entrato in una lista per le elezioni del mio paese. Ho pensato: “ Se uno come me, apolitico da sempre, trasversale al massimo, pensatore libero per alcuni e cane sciolto per altri, esperto informatico e letterato, uno come tanti insomma, con un passato altalenante di alta imprenditoria alle spalle e un’esperienza internazionale, sente il bisogno di scendere il campo per difendere se stesso e il luogo in cui vive, significa che la situazione è davvero insostenibile”.

Così, quando fui invitato, dopo aver dato il mio contributo per un sito internet d’opposizione che voleva far parlare i cittadini senza condizionamenti da parte del potere dominante, accettai e cominciai a frequentare le loro riunioni. Mi infastidiva un po’, in verità, la segretezza che tutti volevano dare a questi incontri; ho sempre pensato che tutto andasse fatto alla luce del sole, che la gente dovesse sapere, che avesse bisogno di conoscere la verità e cioè che qualcuno si stava impegnando per migliorare le cose. Non sarebbe stato facile, ma col tempo ci saremmo riusciti.

Il tempo però passava e tutto restava immobile. La gente si faceva inutili domande e si dava le solite risposte da bar: “Si candida quello, e quell’altro, due liste, no cinque, dieci liste”. Manco fossimo a Milano o Genova. L’unica cosa di cui tutti erano certi è che due liste avversarie dell’amministrazione attuale significava sconfitta per ambedue, eppure nessuno parlava con nessuno. Forse erano anche persone che poco vivevano la realtà del paese, le cui problematiche si fermavano alle isole ecologiche sporche e le buche nelle strade?

Ma erano tutti così gentili, anche se mi imbarazzavano quegli incontri inconcludenti un po’ carbonari, svolti così sotto l’alibi che ancora non esisteva una lista abbastanza numerosa per “cominciare ad agire”. Intanto il tempo trascorreva e da sei mesi prima delle elezioni siamo arrivati a tre senza che si facesse nessun passo avanti, nessun programma vero, nessuna operazione seria di comunicazione. Mi sembrava , in quella “elite” di “ricostruttori”, che non stavamo ricostruendo un bel niente, che si dovessero fare più incontri e che ci fosse bisogno di un risveglio, soprattutto in quell’assenza di una comunicazione, interna ed esterna, che per anni era andata scomparendo all’interno del paese, fino ad entrare nel tessuto sociale e far parte del dna stesso delle persone.

Lo dissi, e fu il mio primo grande errore.

Fui forse un po’ ingenuo, ma lo ritenni necessario e cominciai con discrezione a operare le mie verifiche e sondaggi di opinione fra le mie amicizie e le relazioni di un luogo che era evidentemente stanco dell’attuale amministrazione e desiderava ardentemente un cambiamento, pur avendo un gran timore solo di dirlo pubblicamente. Così tutto si riduceva a una chiacchiericcio dietro le quinte dove nessuno si esponeva più di tanto e dove tutti volevano che qualcun altro facesse qualcosa al posto loro.

Dissi anche questo e non piacque a qualcuno: fu il mio secondo grande errore

Tutti continuavano a essere tanto gentili, ma un brutto e amaro giorno mi ritrovai improvvisamente e con grande sorpresa al centro di un precostituito e segreto tribunale d’inquisizione e quindi sottoposto a un linciaggio psicologico e crudele, fra la grande rabbia urlante di alcuni e il silenzio colpevole di altri. Tutti furono complici e concordi nel darmi addosso con fatti trascorsi da mesi, colpendomi sul personale e il privato, passato e presente, senza alcuno scrupolo o rispetto, con offese e parolacce, peggio che in mezzo a un branco di lupi o un nido di vipere. Persino parlarono con appunti in mano, dopo aver discusso di me dietro le spalle per mesi, annotandosi anche le più piccole sfumature e forse anche ogni mio colpo di tosse.

Ma costoro dovrebbero essere l’alternativa?

Risposi: “Ma se qualcosa non vi andava, perché non me ne avete parlato? Avremmmo potuto cambiare, non vorremmo tutti il meglio?”, e me ne andai, con l’amarezza per quella esasperante esagerazione e con la consapevolezza che non si può combattere un leone con le carezze e che una sola mangusta non può nulla in un nido di vipere.

E tutto questo accadde solo per aver difeso la verità e, in qualche occasione, averla detta.

Perché se uno che scrive poesie parla solo in poesia, un informatico invece dice le cose come stanno. Ecco l’eterna contraddizione, ecco il perché della scelta della stessa immagine forte della poesia pubblicata giorni fa sulla mia pagina facebook, nota a migliaia di lettori in libri raccolte e reading , ma ignorata ampiamente in questa occasione di vuoto intorno.

Mi hanno detto: “Cristiano non ti arrendere”. Io non mi arrendo, in fondo che ci vorrà a trovare 9 persone valide e con gli attributi di verità e trasparenza necessari?

Ebbene signori, tenetevi forte: su 2500 abitanti non ne ho trovata neppure una, dopo mesi di ricerche.

Vorrei tanto che qualcuno mi smentisse.

Ora invece penso con una certa convinzione che non cambierà nulla, che dovrò lasciare questo luogo e che questa ridicola opposizione, nella sua totale mancanza di consapevolezza che i tempi sono cambiati, che i modi e i metodi sono cambiati, non abbia speranza e il nostro attuale sindaco stravincerà ancora, alle prossime elezioni.

Per me è stato solo un altro inciampo, in fondo ci sono abituato. Ma mentre io continuerò a risollevarmi e andare avanti come sempre ho fatto, con l’autostima e il rispetto di me stesso, per chi rimane non sono molto ottimista.

Io ho perso. Ma tutto il paese ha perso.

Buona fortuna sindaco, ancora una volta hai vinto tu.

Cristiano Sias

https://www.facebook.com/notes/cristiano-sias/non-sono-un-politico/10156747589541233/

 

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