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Qui siamo alla frutta. E io studio il mandarino

L'Europa in crisi traballa, l'oriente corre come una locomotiva. In Italia studenti e genitori lungimiranti si attrezzano per imparare il cinese e non perdere il treno del futuro.

I ragazzi del Liceo linguistico Manzoni di MilanoEcco come e dove se ne parla: Giulia Dedionigi fonte la Cina e il cinese nelle scuole italiane.

"Aspettati il meglio dai tuoi figli e non accettare niente di meno". Il mantra di Amy Chua, autrice di Il ruggito della mamma tigre, elogio dei ferrei metodi educativi cinesi, fa ruggire anche le madri italiane, che sempre più spesso spediscono i figli a imparare il cinese, la lingua dei nuovi padroni del mondo.
«Gli occidentali hanno paura di restare indietro e di non preparare adeguatamente i loro figli alla dura realtà dell'economia globale», osserva Caterina Faragò, mediatrice culturale e direttrice della Milan Huaqiao Zhongwen Xuexiao, prima scuola di cinese a Milano, dopo quella del consolato. Siamo alla Casa del Sole, via Padova. Dieci anni fa Caterina si è resa conto che i bambini cinesi non capivano il cinese: parlavano vari dialetti, non la lingua ufficiale. «In Cina ce ne sono almeno 750, impossibile capirsi», spiega. Da qui l'idea di chiedere in affitto al Comune aule della scuola elementare per dare a tutti lezioni di mandarino. Il sabato fra i suoi 300 allievi con gli occhi a mandorla ci sono anche 15 bambini italiani. Ogni anno a giugno svolgono l'Hsk, il test che stabilisce il grado di conoscenza del cinese. I risultati arrivati da Pechino dopo l'ultima sessione parlano chiaro: alcuni alunni hanno superato il sesto grado, il più alto.
Da via Padova a via Deledda, piazzale Loreto: qui c'è la sede della Manzoni, il primo liceo linguistico italiano che ha adottato il cinese come lingua curricolare. L'unico che richiede un severo test d'ingresso: ogni anno si presentano un migliaio di ragazzi, ma il preside, Giuseppe Polistena, può offrire solo 250 posti. Susanna, 18 anni, studia il mandarino da cinque anni. «Ho deciso di rischiare e d'investire sul futuro» racconta. «Ho letto che in futuro sarà la lingua più studiata del pianeta. Una marcia in più, quando cercherò lavoro».

Altre scuole, non solo licei linguistici, si stanno organizzando. Il liceo classico Berchet di Milano, per esempio, ha deciso di affiancare alle declinazioni latine la lingua di Pechino: «Un primo passo per smettere di parlare dei cinesi e iniziare a parlare con i cinesi», dice Alessandra Lavagnino, una delle docenti. Così è stato varato un corso pomeridiano bisettimanale non solo per gli studenti ma per tutti, dai manager alle casalinghe. Il prezzo è “politico”, cinquanta euro per gli esterni, trenta per i liceali. Da Seneca a Confucio? «Mi piace pensare che proprio dove si studiano le lettere classiche ci si apra alla lingua più parlata al mondo» spiega il preside, Innocente Pessina.

Importante punto di riferimento è l'Istituto Confucio, un'associazione che vanta una rete di trecento centri in ottanta Paesi, creato dal ministero dell'Istruzione cinese per promuovere la cultura asiatica attraverso accordi fra le università. Ci sono sedi a Bologna, Milano, Napoli, Roma, Padova, Pisa, Torino e Venezia. «Dal 2009 a oggi i nostri alunni sono raddoppiati e ormai tocchiamo i 200 iscritti» spiega Valentina Ornaghi dall'Istituto Confucio di Milano. In aumento anche i ragazzi che sostengono l'esame di cinese al centro Hsk dell'Università degli Studi di Milano: due le sessioni. A quella di dicembre si sono prenotati in 400: solo fino a due anni fa erano 170 all'anno. Lo stesso accade a Venezia dove al progetto Classi Confucio partecipano più di 150 studenti.

S'impara a scuola, ma anche in vacanza. Passando l'estate o addirittura un anno scolastico in Cina. L'agenzia Intercultura organizza questo tipo di soggiorno per i ragazzi del terzo e quarto anno delle superiori. Rispetto all'anno scorso il numero di quelli partiti per la Cina è aumentato del 42 per cento, Se fino a dieci anni fa solo l'1 per cento degli iscritti sceglieva come meta l'Asia, oggi oltre il 10 per cento studia in Cina, Giappone, Hong Kong, India, Malesia e Thailandia. Beatrice Tisato, responsabile dello sviluppo e formazione di Intercultura, spiega: «I primi tre mesi sono i più duri, ma i ragazzi sono come delle spugne e, soprattutto, non hanno problemi a mettersi in gioco. La principale differenza tra una famiglia occidentale e una orientale è che, in Cina, le persone mantengono sempre una certa distanza. Però è capitato che una mamma cinese, vedendo giù di morale il suo studente italiano, gli abbia preparato gli spaghetti al sugo. Ma a colazione».

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